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giovedì 5 novembre 2009

In Croce

Mi fa un po' paura quel signore che sul Manifesto di stamattina ha scritto in una lettera che il Crocefisso è un simbolo dell'Italia, paragonandolo agli spaghetti e al mandolino e sostenendo di preferire gli ultimi due perchè più allegri e giocosi.
E' un tempo difficile, il nostro.
Il tempo di un mondo globalizzato, che abbatte i tempi degli spostamenti e le comunicazioni, che può accedere ovunque, sempre, da ovunque, se ci sono a disposizione un computer ed una adsl, ma che si allontana forse da uno dei valori più importanti del nostro essere: l'identità.
Io credo molto nel rispetto dell'identità. Nella costruzione e maturità della mia, così come nel rispetto di quella altrui. Qualunque sia, quella altrui.
Ed è complesso riconoscersi in questo tempo, perché sembra che il gioco sia quello di appiattire qualsiasi valore, in occidente, chiamando con il falso nome di libertà quella che in realtà è una profondissima perdita dei valori essenziali. Io credo che la religione sia una parte integrante della vita dell'uomo; di più, credo che la vita sia un dono che trova la sua origine direttamente in qualcosa di divino, di sacro, anche se lontanissimo nel tempo.
E non mi spaventa chi crede in un Dio differente dal mio, ma chi crede negli spaghetti e nel mandolino, un po' sì.
Credo anche che le religioni, da un punto di vista squisitamente culturale e sociologico, siano una risorsa immensa di pensieri profondi, visioni del mondo, chiavi di lettura, filosofie della vita: non una roba da sfigatelli un po' bigotti.
Il Crocefisso, per un non credente, rappresenta una figura storica un bel po' rivoluzionaria, che ha sfidato un tribunale romano accettando di morire perchè sosteneva d'essere figlio di Dio e ha predicato sulle strade della Palestina valori importanti.
Il Crocefisso, per un credente, è l'immagine e il simbolo dell'Amore di Dio per gli uomini. Un uomo direttamente, il figlio di Dio. Dei Vangeli, come dei testi sacri delle altre religioni del mondo, ciascuno ne fa l'uso che crede migliore. Un cristiano, del racconto delle prediche sulle strade della Palestina, dei miracoli, delle prediche, dovrebbe farne un esempio da seguire con più coerenza e impegno possibile nella sua vita.
Io credo che il Crocefisso rappresenti un simbolo intoccabile della nostra cultura e della nostra storia. Oltrechè, come detto, un simbolo religioso di infinito valore e identità per chi crede.
E trovo stupido, ingenuo, e molto, molto codardo, cercare di annebbiare duemila anni di storia e di valori universali perchè un gruppetto di politici che dovrebbero essere quelli che garantiscono, in un modo o nell'altro, un'identità (culturale e sociale, prima di tutto) all'Occidente, non solo non crede, ma cerca di eliminarne i simboli.
Personalmente, dico che la cosa mi dispiace profondamente perchè la giudico ignoranza, tanto non curare la propria identità quanto non rispettare quella degli altri.
Ma non mi fa credere di meno.
E a chi dice che il Crocefisso è uno dei tanti simboletti italiani, un po' come gli spaghetti e il mandolino, dico che credo profondamente in una vita dopo la morte e che il Paradiso è la risposta che mi sono dato alle tante ingiustizie e disparità che l'uomo crea su questa Terra.
Se poi è una grande fregatura, almeno l'ho vissuta con un po' più di serenità e di risposte, questa vita.
Allora, creda pure negli spaghetti e nel mandolino, se è convinto di avere ragione. E magari guardi pure il Grande Fratello e come vangelo legga i libri di Bruno Vespa.
Ognuno, in fondo, trova le risposte là dove le cerca.

giovedì 15 ottobre 2009

I FIUMI

"Quello che hanno scoperto con scientifica sicurezza a forza di studiare i fiumi, tutti i fiumi, hanno scoperto che non sono matti, è la loro natura di fiumi che li obbliga a quel girovagare continuo, e perfino esatto, tanto che tutti, dico tutti, alla fine, navigano per una strada tre volte più lunga del necessario, anzi, per essere esatti, tre volte virgola quattordici, giuro.
Il famoso pi greco, non ci volevo credere, in effetti, ma pare che sia proprio così, devi prendere la loro distanza dal mare, moltiplicarla per pi greco e hai la lunghezza della strada che effettivamente fanno, il che, ho pensato, è una gran figata, perché c’è una regola per loro.
Vuoi che non ci sia per noi, voglio dire, il meno che ti puoi aspettare è che anche per noi sia più o meno lo stesso. E che tutto questo sbandare da una parte e dall’altra, come se fossimo matti, o peggio smarriti, in realtà è il nostro modo di andare diritti, modo scientificamente esatto, e per così dire già preordinato, benché indubbiamente simile a una sequenza disordinata di errori, o ripensamenti, ma solo in apparenza. Perché in realtà è semplicemente il nostro modo di andare dove dobbiamo andare, il modo che è specificatamente nostro, la nostra natura, per così dire,
Quella storia dei fiumi, sì, è una storia che se ci pensi è rassicurante, io la trovo molto rassicurante, che ci sia una regola oggettiva dietro a tutte le nostre stupidate, è una cosa rassicurante, tanto che ho deciso di crederci.
Ma dovessi anche andare ogni volta a guardare un fiume, ogni volta, per ricordarmelo, io sempre penserò che è giusto così, e che fai bene ad andare, per quanto solo a dirlo mi venga da spaccarti la testa, ma voglio che tu vada, e sono felice che tu vada.
Sei un fiume forte, non ti perderai…


da "City"

venerdì 11 settembre 2009

11/09. Remember. Forever.

"Il terrorismo è e sarà sempre una manifestazione di disumana ferocia, che,
proprio perché tale, non potrà mai risolvere i conflitti tra esseri umani.
La sopraffazione, la violenza armata, la guerra sono scelte
che seminano e generano solo odio e morte.
Soltanto la ragione e l’amore sono mezzi validi per superare e risolvere le contese
tra le persone e i popoli"
(Giovanni Paolo II)

martedì 1 settembre 2009

IL CERCHIO PERFETTO


"E' strano come la vita, a volte, disegni sulle sue strade curve strane, apparentemente tortuose, che si rivelano alla fine essere cerchi perfetti.

Quando il pulmino si fermò davanti al liceo don Bosco di Ngozi, nord del Burundi, nei primi giorni d'agosto del 2007, scendeva un animatore che aveva sognato e desiderato di andare in Africa e che c'era arrivato dove e come mai avrebbe potuto immaginare.
La vita, lo aveva accontentato.
Mi venne incontro un bambino di tre anni, forse quattro, incuriosito dal colore della pelle o chissà, magari solo da una visita un po' inusuale per quel cortile, non troppo abituato forse a ricevere ospiti di altre nazioni.
Si chiama Bertrand, ed è stato il primo bambino che ho incontrato laggiù, il primo a cui ho teso la mano, il primo che ha appoggiato la sua sulla mia, il primo che ho guardato negli occhi senza sapere bene cosa dirgli.
Un sorriso, che riassumeva l'essere lì, il volere essere lì, e questo primo incontro così dolce.

Un sorriso di quelli naturali, che vengono e basta perché alla fine nonostante le mille imperfezioni siamo stati fatti proprio bene, capaci di un linguaggio fatto di gesti che non ha bisogno di essere imparato a scuola e che corre oltre le parole. I gesti parlano di noi, parlano agli altri per noi come e forse in taluni casi anche di più, delle parole.
Ed un ragazzo burundese, due passi più in là di Bertrand.
Pete, diventato prima un amico e poi il primo animatore.
Così.

Poi il progetto è decollato, ha funzionato, quell'animatore è diventato per la gente muzungu -uomo bianco - e poi, più semplicemente, Joseph, l'animatore che ama camminare senza jeep tra la gente dell'Africa e che ha i bambini sempre attorno. Che ha girato con i compagni di viaggio e di vita le città del Burundi, incontrando migliaia di persone che un po' alla volta gli hanno svuotato l'anima di qualsiasi polvere di occidentalità che ricopre i colori accesi del nostro essere e l'hanno riempita con l'essenzialità che svela quali sono le cose davvero importanti.

Tante notti passate a dormire in posti che se non fossero curve strane della vita e parti di un cerchio perfetto, probabilmente non avrebbero senso. Tante cose imparate dall'Africa, tanto ancora da imparare.
Tanti incontri e tanti viaggi, soprattutto, ed ogni incontro una storia, di questo viaggio "al contrario", dal nord al sud dall'Occidente all'Africa, dall'Italia al Burundi.

Ah, già, il cerchio perfetto. Alla fine di agosto del 2009, un pulmino si è fermato per prendere e portare all'aereoporto della capitale un gruppo di animatori in partenza per l'italia.
Il progetto lì a Ngozi è finito. Missione compiuta.
Adesso i bambini sono qualche migliaio, gli animatori un centinaio e i bambini stanno imparando ad essere un po' più bambini ed a giocare insieme e gli animatori a prendersi cura dei loro piccoli.
Pete, il primo animatore, guardandomi nel salutarmi, mi ha semplicemente abbracciato e mi ha detto “tornerai, un giorno?”. Ho guardato in alto, probabilmente, sta lì la risposta che ancora non so.

Poi, a sorpresa ed inaspettatamente come le cose più belle, quando ormai stavamo per partire, arriva dal sentierino un bambino di cinque, forse sei anni, con il solito sorriso acceso e la solita andatura cadenzata e lenta.
Bertrand.
Non so dire di preciso che cosa abbia pensato in quel momento. Forse che la vita in fondo ha una storia ed un progetto segnato fin dal primo giorno, e che le strade ci mettono davanti persone che fanno dei gesti da leggere, da elaborare, per capire che Dio, forse, ci parla così.
Che la vita, in fondo, è in fin dei conti un continuo cercare di camminare due passi più in là dei sorrisi che incontriamo, per inseguire e ritrovare i nostri cerchi perfetti.

So che mi sono allontanato, inginocchiato per terra ed ho allargato le braccia in un gesto di naturale accoglienza e di confidenza creata nel tempo.
Ed è lì che Bertrand ha sorriso, ed accelerando i passi poi ha corso fino a saltarmi in braccio. Adesso che un po' so la lingua kirundi, non potevo più accontentarmi solo di regalargli un sorriso.
Gli ho detto di salutarmi la sua mamma e di continuare a venire a giocare con gli altri bambini.
Mi ha sorriso, e ha fatto sì con la testa.
Poi, abbiamo cantato un pezzettino della canzoncina che abbiamo imparato l'anno scorso.
Devo andare, Bertrand” - ed ho allungato la mano.
Ed ha appoggiato la mano sulla mia. Come tre anni prima.
Esattamente, come tre anni prima.
Su quelle due mani, sono passati questi tre anni di storia.

Gli altri mi aspettavano già sul pulmino.
Salito sul pulmino, Raymond mi ha detto: "Joseph, dove sei andato?
A chiudere un cerchio, Raymond

sabato 22 agosto 2009

MALINCONIA DOLCE

Mi piace chiamarla malinconia dolce.
Quello strano senso di fine che c'è quando sei consapevole di essere alla conclusione di un passaggio di vita particolarmente bello. L'equilibrio fragile tra il voler restare e il dover tornare, come un elastico che ti lancia lontanissimo a vedere e poi ti riprende per raccontare quando ancora volevi essere lanciato. Malinconia dolce, appunto.
Non è tristezza: triste è chi lascia qualcosa di bello e ritrova qualcosa che non vorrebbe vedere. Non è tristezza, lasciare l'Africa per tornare a Torino. E' un momentaneamente lasciare un posto che sai essere casa per tornare in un altro che casa lo è da quando sei nato. E' un momentaneamente lasciare persone che ti hanno segnato l'anima per ritrovare persone che l'anima la abitano da quando sei nato. Non può rendere tristi, questo.
Non è nemmeno soltanto mal d'Africa. Quello, viene a chi incontra solo il film bello dell'Africa, le savane, la foresta equatoriale, le sculture, quel vivere primitivo che affascina chi viene dalle città dei grattacieli, i bambini che sorridono.

Vivere tra la gente, con la gente, è infinitamente di più.
Trattare i bambini da bambini, regalandogli spazi e tempi per sentirsi piccoli, incontrare e formare animatori che un giorno faranno crescere questi semi lanciati nella terra, vedere con i propri occhi e toccare con le proprie mani il terzo mondo nel suo fascino ma soprattutto nella sua grande ingiustizia, riflettere sulle contraddizioni di un mondo che vive su un equilibrio sbilanciato a nord, questo non è solo mal d'Africa.

La prima volta l'Africa ti affascina e ti cattura il cuore.
La seconda volta ti obbliga in qualche modo ad andare a riprenderlo, scoprendo che forse non lo riprenderai più.
La terza volta, non lo so ancora, ma credo sia qualcosa di importante.
Ci sarà tempo per raccontare, per capire, per tradurre.

Anche questo, credo in fondo sia solo un arrivederci più lungo.
Malinconia dolce.




 
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