mercoledì 16 aprile 2014

GENERAZIONE DI INFELICI

In questi giorni non mi sto chiedendo cosa spinga una ragazza a buttarsi a quattordici anni dal settimo piano.
Non tanto sul perché di un gesto così, ma su tutto ciò che circonda i ragazzi oggi.
Mi sto chiedendo però perché tutto ciò venga archiviato come una tragedia o come un gesto disperato. 
Io credo che ogni comunità debba interrogarsi su cosa stiamo trasmettendo alle generazioni di giovani. Credo che le famiglie debbano interrogarsi su quale solidità diamo, con le scelte di ogni giorno, ai figli. Credo che la scuola debba chiedersi se sia una fabbrica di voti, un deposito di cultura o un ente educativo che dà i voti ma dopo aver compreso i ragazzi seduti sui banchi. Credo che gli ambienti educativi e sportivi che riempiono una parte del tempo libero dei ragazzi si debbano domandare se accanto alle mille attività rimane il tempo per chiedere "come stai". E soprattutto per aspettare la risposta.
E credo che le politiche giovanili si devono chiedere che cosa si può fare in più, per aiutare i ragazzi a non diventare una generazione di infelici. Di persone fragili e vulnerabili al punto che il riconoscimento sociale diventi la cosa più importante.
Qualcosa in più, ciascun ente educativo e tra loro in sinergia, lo si deve provare a fare.
Ci stiamo giocando una generazione, alla quale stiamo dando poco altro che tanta, troppa tecnologia ed una comunicazione multimediale incontrollata e di conseguenza incontrollabile.
Forse dobbiamo tornare ai sentimenti veri, faticosi ma indistruttibili, e capire che da lì, passano i valori su cui si fonda la vita.
Glielo dobbiamo, quantomeno un tentativo, perché anche attraverso il futuro di questi ragazzi, passa il futuro di questo paese.

mercoledì 26 febbraio 2014

LIBERTA'.


Questa è l'immagine che mi rimarrà scolpita, del week end di Kiev.
Uomini di ogni generazione improvvisati soldati che difendono la libertà della loro terra in piazza, con il rischio altissimo di farsi sparare, in fila ordinata, verso la barricata. Ed un anziano, con la gamba di un tavolo come arma conto i carri armati.
Nella fierezza di questi volti c'è la voglia di libertà e c'è il senso del rischio di morire per la propria nazione.
Nell'ordine di questa fila c'è il rispetto per i propri compagni.
Nei volti giovani e anziani c'è il fondamento della libertà: non ha età.
Nei visi sereni c'è l'orgoglio per avercela fatta.
L'uomo che stacca la gamba del tavolo e scende in piazza me lo ricorderò, per molto, come il simbolo di una libertà semplice, genuina, pulita, trasparente.