domenica 31 agosto 2008

MAGGIE


Nel mondo la chiamano "L'angelo del Burundi". Si chiama Marguerite, per tutti, semplicemente Maggie.
Durante la guerra vide massacrare a colpi di machete le donne, i bambini, gli uomini di un villaggio; si salvò una bambina, la prese ferita, se ne occupò, e decise, come dice nel libro, che "l'odio non poteva essere l'ultima parola".
Così ha aperto la Maison Shalom, dapprima solo una piccola casa, oggi una realtà che conta moltissime opere in Burundi, sparse in varie città. Su internet (che qui non c'è...) si trovano molte informazioni. Nei giorni scorsi abbiamo visitato il cinema degli Angeli, la fattoria, il nuovo ospedale Rema, l'orfanatrofio, le case.
Maggie raccoglie gli orfani, gli ultimi, quelli che la guerra ha trasformato da bambini in soldati senza anima, e quelli che la guerra ha trasformato da bambini in vittime innocenti da cacciare. Lei li raccoglie, li aiuta a crescere, a riscoprire che dopo una guerra c'è un cuore ferito ma che di nuovo può ricominciare battere.
[...]
Scrivere di lei mi emoziona molto. Ha due occhi splendidi, illuminati da una luce che non può essere solo il riflesso del sole, che pure qui è forte e luminoso; oggi, sono stato a casa sua.
[...]
Il piccolo cortile porta ad una stanza africana, divani, tappeti di banana secca per terra, statue, un piccolo tavolino al centro; ci sediamo. Poi raccontiamo chi siamo, da dove veniamo, che andremo al Don Bosco di Ngozi con i bambini, la formazione agli animatori, l'esperienza pilota dell'anno scorso, il nostro video sui diritti umani. Le dico che sarebbe un onore poter intervistarla, poterle fare qualche domanda, mi dice che va bene. Le dico anche che se tengo la videocamera accesa, potrò usare direttamente la sua testimonianza e non la mia interpretazione delle sue parole. Lei dice che non c'è problema.
Prendiamo un thè e mangiamo arachidi, e mentre mangio le arachidi mi viene in mente il bambino dell'altro giorno. Pete e Jean d'Arc sono emozionati, non si perdono una parola.
Poi facciamo un giro della casa, e continuiamo a parlare. "Faccio un'eccezione, vi faccio entrare in camera mia, voi non siete giornalisti e non volete sapere cose per scrivere, allora vi porto a vedere alcune cose, iniziamo da lì...".
La camera è piccola, il letto con la zanzariera semi-disfatto, una mensola grande sta all'ingresso, è piena di premi di ogni tipo, delle Nazioni Unite, dell'Unicef, di moltissime associazioni... sulle pareti foto con presidenti, segretari generali, ministri... "L'Italia fa molto per noi, questo è un premio che ho ritirato a Livorno, qualche mese fa, ci hanno aiutato molto e continueranno a farlo, siete un paese generoso. Ma andiamo di là, abbiamo da parlare di cose più importanti di queste foto, qui bisogna lavorare per crescere e costruire, non mi interessa granchè accumulare targhette..."
[...]
Parla per un'ora o forse più, Maggie. La ascolto affascinato da quanto amore c'è nelle sue parole. Ci parla dei bambini, della speranza di dargli un futuro nel quale possano avere dignità; ci parla della guerra, del fatto che l'odio non può vincere, della fatica di relazionarsi con i governi, dei progetti per il futuro. Poi ci presenta la bambina del libro, parla un po' di italiano perchè è stata a Milano. Ha più o meno la mia età.
Il tempo scorre veloce, facciamo una foto e salutiamo Maggie, la ringraziamo di cuore. Ci siamo guardati negli occhi per qualche secondo, fisso negli occhi, come mi piace fare nei saluti importanti. Ha due occhi splendidi, semplicemente, in quegli occhi c'è qualcosa di più.
Poi andiamo.
[...]
Stasera a cena ho incontrato la ragazza del libro. Abbiamo chiacchierato un po', fuori dall'imbarazzo di una videocamera accesa e di qualsiasi formalità. Dello studio, del lavoro. Non di lei. Poi abbiamo bevuto una Fanta. Ha una vita segnata da un'infinito dolore, quando gli africani hanno gli occhi tristi, si vede subito. Verrà a Milano, per curarsi, così ci siamo scambiati i numeri di telefono, e una promessa che questa volta la Fanta la offro io.
[...]
E un altro giorno è andato, come diceva una canzone di Guccini.
Giornata piena, ho davanti Maggie e la sua dolcezza, le sue parole, la fede che anche lì, le fa credere in un futuro migliore e le dà la forza di mettere un mattoncino per volta.
Buona notte Ruyjgi, si parte verso casa di Henry, con il cuore pieno di due occhi illuminati.
L'odio non può vincere Peppe, ricordatelo... coraggio che domani si riparte.
Notte Burundi...

Peppe

venerdì 29 agosto 2008

ORDINATION'S DAY

Sabato 19 luglio 2008


E' il giorno dell'ordinazione; già da ieri sera sono arrivati gli invitati, dal Congo, dal Rwanda, qualcuno dall'Uganda: Pete ha fatto un gran lavoro in questi giorni, cercando stanze su stanze in tutti i posti disponibili di Ruyjgi, così dovrebbe essere riuscito a sistemare tutti e 60 gli invitati che arrivano da fuori. Chi arriva dal Burundi, si aggiusterà e tornerà a casa.
C'è aria di festa, i vestiti sono quelli delle grandi occasioni.
Noi tre italiani con il nostro modo, vestito, giacca, cravatta... Pete e Jean d'Arc con il loro modo africano. Siamo molto amici ormai, viviamo praticamente insieme da quattro giorni e ci conoscevamo di vista dall'anno scorso, c'è aria di grande complicità e amicizia. Qualche battuta su quanto potrà durare la messa, poi si va.
Henry è giusto passato a salutarci. "Grazie per essere qui, non saprò mai come ringraziarvi abbastanza". Si va per davvero.

La cattedrale è addobbata per le grandissime occasioni.
Tappeto di paglia, foglie di banana, qualche drappo colorato; anche le polizia e i soldati sono meno invasivi del solito. Chiaramente siamo l'attrazione del pre-cerimonia, l'essere bianco e l'avere il vestito elegante è un mix che da queste parti è evento raro, e così ci osservano per interi minuti; dopo un po' ci si fa l'abitudine, ad essere osservati costantemente, e se l'anno scorso e i primissimi giorni questo mette inizialmente un po' a disagio, adesso quasi non ci faccio più caso.
Verso le nove e mezza (qui è african time anche nelle celebrazioni ufficiali) si comincia.

[...]

Alle tre e qualche minuto usciamo dalla cattedrale, un tantino provati da sei ore di messa in kirundi, che seppur danzata, ballata, suonata quasi interamente, è comunque una celebrazione dove abbiamo capito solo la parola "italiani" verso la fine...
Ora si va a festeggiare, a mangiare e magari a bere qualcosa, qualsiasi cosa...

[...]

Della festa, oltre ai discorsi (che abbiamo dovuto improvvisare anche noi) e alla famiglia di Henry, molti dei quali non erano mai usciti dal loro villaggio, racconterò certamente di un episodio che mi farà ridere ma pensare anche a mesi di distanza.
Abbiamo portato dall'Italia alcuni cannoncini di coriandoli, di quelli che si usano nelle feste, per utilizzarli con i bambini, ma visto il giorno di festa ne abbiamo portati due con noi... Bene.
Quando li abbiamo utilizzati, all'ingresso di Henry nel giardino, scene di panico e di paura, gente che scappava... immediatamente si è capito che era un gioco per la festa, così tutti ridevano o sorridevano. Eccetto uno, che si è lanciato sotto il tavolo e si è rovesciato tutto quel che c'era sopra addosso al vestito della festa...

E se da un lato questo ci ha fatto ridere ed ognuno che ci veniva a salutare ci ricordava e ri-raccontava questo episodio (ne avrò sentite una ventina di versioni diverse, questi burundesi sono incredibili...), dall'altro questa sera mi dico anche che vivere in una terra dove si è combattuta una guerra ti fa in qualche modo entrare dentro il gene della paura anche quando tutto finisce e tutto sembra tornato quasi normale.

Stasera sono particolarmente stanco, nonostante non abbiamo fatto granchè; domattina comincia un'altra avventura, sveglia alle sei e partenza per il villaggio di Henry, staremo lì tre giorni.
Si trova in una collina abbastanza lontana da qualsiasi villaggio grande.
Abiteremo lì, in una casa, nel villaggio stanno aspettando "gli italiani", e i bambini aspettano lo spettacolo di magia.
Sarà bello, anche questo sarà bello, e si va a dormire con la voglia che la sveglia suoni il più in fretta possibile.
Notte

Peppe

Il diario


p.s.: nel week end mi sono ripromesso di non riportare il diario, ma le foto, dunque per i prossimi due giorni niente diario scritto, che riprende lunedì, ma fotografico...

mercoledì 27 agosto 2008

RICORDO

Venerdì 18 luglio 2008

Giornata di ricordi, aspettando domani.

Ricordo che una sera di primavera di quattro o cinque anni fa, davanti ad una birra ed un panino, una tranquilla domenica sera eravamo usciti con Eugenia, don Claudio e questo Henry, giovane salesiano venuto dal Burundi a Roma per studiare, spedito da Roma a Torino per studiare nel capoluogo piemontese, e da lì a Venaria Reale, un paesello sconosciuto e piuttosto anonimo della cintura torinese, per il tirocinio di formazione. Lui chiese a loro della Missione in Romania e a me della partenza per la Moldavia. Noi chiedemmo a lui del suo paese, della sua cultura.
Ci parlò del Burundi, della sua famiglia, del suo villaggio, della sua gente, dei suoi bambini, delle tradizioni. Ci disse che sarebbe stato bello, una volta, poterci andare, in Burundi, "Anche lì è terra di missione"...
Poi anni dopo telefonò e disse che aveva una cosa importante da dirci: "Potremmo partire, c'è un liceo nel nord del Burundi ripreso dai salesiani dopo la guerra, dove si può iniziare un progetto con i bambini in estate così come lo immaginavate, ce ne sono molti, in quella zona, e quasi tutti di strada...".

Nel luglio dell'anno scorso, un piccolo gruppo si preparava a partire.

Poi ciascuno ha fatto la sua strada, l'esperienza dell'anno scorso è stata straordinaria ed ha lasciato dei semi che sono cresciuti nel terreno.
"Dai che si riparte", ci siamo detti, ed eccoci quest'anno Io, Eugy, don Claudio, Milena, Marta, Joy, Agnese, Betta. Al momento qui siamo Io, Eugy, Walter, gli altri arriveranno il primo agosto, listiamo aspettando e spesso parliamo di loro...


Anche Henry ha fatto la sua strada. Verrà ordinato sacerdote qui, a Ruyjgi, domani mattina, e si prepara una festa con gente che arriverà dall'Uganda, dal Rwanda, dal Congo.
Ci saremo, nel nome di tutti quelli che hanno sfiorato, accompagnato e condiviso la nostra scelta di essere qui.
Ci saremo anche per loro.


Per il resto, oggi giornata di incontri ed interviste per il nostro reportage: un funzionario dell'UNHCR, l'ente che si occupa del rimpatrio dei rifugiati e dei profughi, un'assistente sociale che segue un progetto sul reinserimento dei bambini soldato ed un altro sull'alfabetizzazione.
A pranzo, abbiamo incontrato un italiano (il primo da quando siamo qui) di passaggio: un agronomo, lavora sullo sviluppo agricolo con una Ong belga; ha iniziato un'estate come volontario, poi, poi beh, poi lo capisco.
E' qui da 29 anni.

Nel pomeriggio visita alla Maison Shalom di Maggie e alle sue strutture: il Cinema degli Angeli, la fattoria, l'ospedale nuovo. Presto, incontreremo Maggie, vuole incontrarci e già il pensiero di poter parlare con una donna così mi fa battere il cuore.

Sono nella mia piccola stanza, niente acqua e corrente, c'è la candela, alla doccia si penserà domani.
Domattina sveglia presto, poi alla messa di ordinazione (che si preannuncia lunga...) ed infine siamo tra gli invitati della festa e del banchetto.
Quante parole oggi, quanti incontri con chi lavora in questa terra e chi lavora direttamente questa terra. Il dottore dell'ospedale dice così: "Questo ospedale è una piccola cosa, ma è importante per noi che i bambini possano nascere in un posto sicuro, se ne salvano molti di più..."
Ha ragione. E forse un giorno, cresceranno e questo posto sarà migliore. Un passo alla volta, ma in cammino.
Buona notte.

Peppe

DI RITORNO


Ruyigi, Giovedì 17 luglio 2008

Ti accorgi di ritornare in un posto familiare quando non hai nessuna paura, nemmeno piccola, di tornarci. Quando nulla ti pare straniero, estraneo, fuori di te, sconosciuto.
Qui sono diverso da loro, infinitamente diverso da loro, a cominciare dal colore della mia pelle, che è bianca e inevitabilmente in questo angolo di mondo attira l'attenzione, continuando con la lingua, alla quale, questa sì, devo ancora riadattarmi, per finire con il mio modo di vestire, che nonostante sia il più semplice possibile, è comunque differente dal loro. Ma mi sento in un posto che non mi fa paura, dimentico che la mia provenienza è scritta sul passaporto, che ho un permesso internazionale per stare qui.
Da Bujumbura ho aspettato un giorno i bagagli, che avevano dimenticato in Etiopia, fermandomi in una piccola comunità a dormire, ieri abbiamo viaggiato verso Ruyjgi ed oggi sono qui, in questo villaggio, di passaggio.
Incontro i bambini per strada, si fermano, ti piantano gli occhioni nei tuoi, poi la mano aperta, la loro sopra, ed allora lì scompare la differenza del colore della pelle, lì scompare la differenza della lingua, lì, in quel momento, io sono un po' più come lui e lui un po' più come me.
Oggi pomeriggio ho comprato al prezzo di 50 FBU (circa 1,5 centesimi di euro) un pacchettino di arachidi da un bambino che stava sdraiato per terra sfinito perchè non aveva ancora venduto nulla. Poi le ho aperte e le abbiamo divise a metà; è finito con un doppio occhiolino, questo incontro.
Sto provando nel frattempo a cercare la segretaria di Maggie, chissà forse riusciremo ad incontrarla e ad intervistarla, per il mio reportage sui diritti umani sarebbe straordinario, e sto provando a capire se posso incontrare qualcun'altro. Le chiamano relazioni sociali... ; sono ospite a casa sua in qualche modo, dormo alla Maison Shalom aspettando sabato, per l'ordinazione di Henry, che sarà una festa incredibile, a quanto pare.
Buona notte Burundi, sono tornato, o forse non ero mai andato via davvero da qui.
Questo mi fa già paura più del colore, più della lingua, più del confronto tra la mia vita occidentale e la miseria di questa terra. Questo mi fa paura, lasciare qui anche l'altro pezzo di cuore, e tornare solo con la testa, i bagagli, il corpo. Scrivere il diario con una candela accesa accanto, mi fa sentire bene.
Mi piace l'idea di una piccola luce fragile, che barcolla ad ogni piccolo spiffero d'aria, in questa stanza avvolta dal buio, ma che resiste. Fuori tutto tace, sono le otto e mezzo della sera, e non vedo l'ora che siano le sei di domani.

Oggi ho incontrato un uomo che avevo visto l'altr'anno passando da qui e scambiato due parole. Si è ricordato.
"Benvenuto", disse l'anno scorso. "Bentornato", ha detto quest'anno.
Ha ragione.
Io non sono venuto in Africa.
Sono tornato in Burundi.

Notte.


Peppe

lunedì 25 agosto 2008

TURO SUBIRA


Questa volta il viaggio comincia dalla fine.
Ho deciso di non pubblicare il diario di bordo, ma di scriverlo e di condividerlo qui, con chi vorrà e avrà pazienza di leggerlo, un poco per volta. Cominciando dalle ultime righe dell'ultima pagina, dove di solito si nasconde il finale di una storia. Ma questa volta no, proprio no.
L'ultima è la pagina più densa di malinconia, ma la storia beh, quella è scritta ogni giorno.
Buona lettura, per chi vorrà.

Bujumbura, 23 agosto 2008 " [...] E così, si dice per l'ultima volta buonanotte alle stelle d'Africa. Mi sono affacciato sul piccolo balcone dove ogni mattina mi facevo dire buongiorno dal cuore del mondo: fuori c'è solo il rumore dei grilli, il villaggio è nascosto tra le piante di banane ed è notte da un po'.
La gente va a riposare presto, da queste parti.
Poi mi sono affacciato sul cortile gigante dove ogni mattina dicevo un migliaio di yambu, sfioravo le mani dei bambini, scambiavo due parole con gli animatori, incrociavo occhi che sono infiniti punti di domanda per loro e per me. Non c'è tristezza, in questo vagare lento per questa che è stata casa mia per più di un mese, ma malinconia, un po' sì.
Rivedo alcuni dei bambini e delle persone incontrate, come se fossero lì, come se fosse all'improvviso giorno; Gide e il suo piccolo piede malato la mattina che dopo la doccia tremava dal freddo, i piccoli che ogni mattina prendevano i vestiti, le piccole mani tese quando i numeri ci permettevano di distribuire le caramelle o i biscotti, Bertrand e l'abbraccio di oggi pomeriggio, Roger, e quel cucciolo di un anno o poco più che il giorno del pranzo ha mangiato tutto il riso mordicchiandolo dalla mia mano. Soprattutto lui.
Poi torno dentro.
Davvero sembra una scena triste ma non lo è, non lo può essere. Mi devo sentire un privilegiato ad avere potuto vivere tutto questo, ad aver potuto sfiorare questo angolo di mondo di miseria e povertà, ad avere la terra rossa attaccata ovunque. Sarebbe stupido essere tristi di fronte a questa ricchezza umana che intuisco e intravedo e che capirò bene solo quando sarò sedicimila chilometri più su.

La tristezza non può e non deve vincere, questa sera.
Mi chiedo a cosa pensavano i bambini, nel salutarci oggi, a cosa significassero di preciso quegli occhi piantati nei miei. E mi rispondo che erano grazie reciproci e immensi, di quelli che non si possono raccontare, nè fotografare, nè filmare. Solo vivere.
Forse nel dirsi bye pensavano la stessa cosa mia, ritornerò vedrai, è un bye solo per un po'... diciamo un bye piccolo, ecco, diciamo un bye piccolo. Buona notte Africa, buona notte cuore del mondo che ora batte un po' anche al ritmo del mio.
So già cosa farò, cosa penserò, nei prossimi due minuti.
Entrerò in camera piano perchè Joy starà già dormendo, dirò a me stesso sei sempre il solito perchè devi ancora finire di preparare le valigie e domani alle sei e mezza c'è colazione, penserò speriamo che l'ultima sera non ci siano troppe zanzare. Poi nel letto, ed allora la mente correrà di nuovo fuori, nel cortile, sul balcone, e sarà giorno, e ci saranno gli animatori, i bambini con la maglietta nuova, i sorrisi. L'ultima parola di questa missione l'ho imparata anche in kirundi. Nella mia lingua, si dice "A PRESTO". Nella loro, "TURO SUBIRA".
Perchè non esistono addii, perchè chi si vuol bene davvero prima o poi si incontra, perchè due mani possono camminare per un po' parallele, ma poi si troveranno.
Non esistono addii, ma solo arrivederci più lunghi."

DI RITORNO

Sono stati due mesi di occhi, di mani, di sorrisi, di lacrime, di cuore rosso come la terra di questa parte d'Africa.
Due mesi di bambini, centinaia ogni giorno e alcune volte migliaia tutti insieme.
Bambini che insieme hanno giocato, cantato, danzato, pregato.
Abbiamo dato loro da mangiare l'ultimo giorno, come potevamo, vestiti ai più poveri, fino a quando ce n'erano, abbiamo dato loro i fogli e i pennarelli per ricordarsi di essere bambini per un po'; soprattutto, gli abbiamo dato noi, il nostro tempo, la voglia di stare insieme con loro, di condividere la speranza di un mondo più giusto.
E loro in cambio ci hanno riempito il cuore di occhi che dicevano senza bisogni di parole, di abbracci che sono amore trasparente e nulla più. E così si torna dall'Africa, si torna dal Burundi e dal Rwanda, dopo avere visitato i luoghi del genocidio e avere vissuto con la gente, con la certezza che un pezzo di cuore resterà rosso di terra forse per sempre, che una parte di me rimarrà sedicimila chilometri lontano da casa. Con la speranza di andarmelo a riprendere, un giorno, quel pezzo di cuore.

Peppe